Venerdì 14 novembre 2008
SCHERZI
di Anton Cechov
con Andrea Brambilla (Zuzzurro), Nino Formicola (Gaspare),Eleonora D'Urso
Musiche originali Arturo Annecchino,al pianoforte Giovanni Vitaletti
Regia Massimo Chiesa
FOX & GOULD PRODUZIONI E CHERESTANÌ PRODUZIONI
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Questo spettacolo è formato da quattro atti unici, “L’orso”, “Tragico controvoglia”, “Il tabacco fa male” e “La domanda di matrimonio” che lo stesso Cechov definì “scherzi”. Per la verità “Il tabacco fa male” non fa parte degli “scherzi” in quanto definito scena-monologo, e forse era tra i quattro quello a cui l’autore teneva di più, scritto nel 1886 e riscritto in modo definitivo nel 1903 dopo parecchie stesure.
Perchè mettere in scena gli atti unici di Anton Cechov?
Credo che l’unica risposta possibile sia: perché sono semplicemente bellissimi.
Anche in questo caso è la prima volta che mi trovo a dover scrivere delle note di regia, in quanto sono alla mia prima regia. E sinceramente me ne vergogno anche un po’, in quanto ho sempre sostenuto che ognuno deve fare un solo mestiere e cercare di farlo al meglio. Dopo ventisei anni di lavoro in teatro ci sono cascato, ho ceduto alla tentazione. Ma per me era necessario, ne sentivo un bisogno assoluto, per cercare di dare energia anche al mio lavoro di produttore, per non addormentarmi, per non fare diventare questo lavoro meraviglioso un lavoro di routine.
A onor del vero ho spesso pensato che il lavoro del regista è probabilmente il più affascinante, il più creativo, il più faticoso ma anche il più divertente, e non posso nascondere di aver sognato almeno una volta di fare una regia teatrale. Ma ho sempre respinto questa mia voglia pensando che non sarei stato mai bravo come i registi che ho potuto vedere lavorare sin da bambino. Ho avuto la fortuna di poter vedere all’opera Giorgio Strehler, Peter Stein, Luca Ronconi, Otomar Krejca, Luigi Squarzina, Orazio Costa Giovangigli, Elio Petri, Nikita Michalkov, Benno Besson, Marco Sciaccaluga, Egisto Marcucci e... poi mi sono detto che forse qualcosa potevo “rubare” da questi maestri e mi sono deciso.
Due anni fa, ho avuto la fortuna e il privilegio di poter frequentare da vicino un mostro sacro della regia: Peter Stein. Purtroppo per un “colpo di sfortuna” la nostra liason si è interrotta dopo solo cinque giorni di prove. Stavo per produrre uno spettacolo con la sua regia, e durante le prove molte volte mi accorgevo che stavo pensando a delle indicazioni che qualche secondo dopo lui dava agli attori.
E allora pensando a quei cinque giorni di prove strepitose di Stein mi sono violentato e ho deciso di provarci.
Devo innanzitutto ringraziare Andrea Brambilla e Nino Formicola che mi hanno dato fiducia e poi Eleonora d’Urso la co-protagonista di questi “Scherzi”; non è facile per degli attori affermati e amati dal pubblico fidarsi di un regista debuttante e per di più ultra quarantenne.
E poi ringraziare di cuore Arturo Annecchino che con questo spettacolo rischia seriamente di rovinare per sempre la sua carriera, essendo da anni il compositore preferito di Peter Stein, di Deborah Warner, di Massimo Castri e di tanti altri.
Passare da Stein a me… che fine ingloriosa!
Ho affrontato questa mia prima regia con molta umiltà. Non ho mai pensato di dover inventare per forza qualcosa o di stravolgere la meravigliosa prosa di Cechov. Ho solo cercato di “rubare” quanto ho visto ed amato in tutti questi anni di teatro. Ho letto molto attentamente le note di regia di Vsevolod Mejerchol’d che mise in scena due dei quattro atti unici nel 1934 sotto il titolo di “33 svenimenti”. Ho cercato di prendere ispirazione da lui. Come lui ho usato la musica dal vivo e credo di averne fatto un uso diverso.
Ne “L’orso” la musica è un po’ la voce del marito defunto della Popova, in “Tragico controvoglia” ho cercato di costruire una vera e propria partitura per pianoforte e il fiume di parole di Tolkacov e ne è venuto fuori un vero e proprio concerto, ne “Il tabacco fa male” la musica viene usata solo per creare un’atmosfera, entra nel momento in cui “finalmente” Njuchin crolla e davanti ai suoi spettatori confessa la sua grande infelicità di vivere, e poi ne “La domanda di matrimonio” la musica, come fece Mejerchol’d, sottolinea i tanti svenimenti inventati da Cechov. E poi ho cercato di usare le grandi doti comiche e drammatiche di Andrea Brambilla, Nino Formicola e Eleonora D’Urso e metterle a servizio di Cechov.
Massimo Chiesa
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Venerdì 28 novembre 2008
VENERE E ADONE
di William Shakespeare
con Valter Malosti
Regia di Valter Malosti
FONDAZIONE DEL TEATRO STABILE DI TORINO, TEATRO DI DIONISO,
RESIDENZA MULTIDISCIPLINARE DI ASTI CON IL SOSTEGNO DEL SISTEMA TEATRO TORINO |
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---------- > SCHEDA DI APPROFONDIMENTO < ---------- |
Una dea innamorata e pazza di desiderio e un giovane uomo bellissimo, che le sfugge, finendo ucciso tra le zanne di un cinghiale, sono i protagonisti di Venere e Adone, poemetto erotico-pastorale che William Shakespeare dedicò, nel 1593, al suo protettore, il giovane conte di Southampton. «Intreccio di eccitazione erotica, dolore e freddo umorismo», come la definisce Stephen Greenblatt, Venere e Adone non solo fu la prima opera di Shakespeare ad essere stampata, ma fu anche quello che oggi si definirebbe un successo editoriale: apprezzatissimo fra gentiluomini e cortigiani, in breve divenne una sorta di vademecum dell’amatore, ugualmente popolare nella biblioteca, nel boudoir e nel bordello. Dopo un Macbeth traboccante di invenzioni registiche, Valter Malosti torna a Shakespeare portandone in scena un piccolo capolavoro, un concentrato di arguzia, comicità farsesca e sensualità, che diviene per il regista torinese «un vertiginoso punto di partenza per una ricerca sulle variazioni, le declinazioni e le auto-contraddizioni del tema ‘amore’».
Immaginatevi dei binari che si perdono all’orizzonte, e un teatro/carro che arriva dinanzi ai vostri occhi da un altro luogo (e forse anche da un altro tempo) con sopra la “pazza dea dell’amore”.
Per creare questa figura le suggestioni sono arrivate dal teatro giapponese, dall’opera barocca, dalla tradizione del “cunto”, ma anche da un mondo ai margini: il mondo di una periferia che potrebbe essere stata descritta da Pier Paolo Pasolini o anche, con commovente ironia, da Annibale Ruccello.
Venere è una dea/macchina, dea ex machina ma anche sex machine, macchina barocca che tritura suoni e sputa parole. Una macchina di baci, una macchina schizofrenica di travestimento, una macchina di morte per l’oggetto del suo amore: Adone.
E proprio da un improbabile pas de deux tra Venere e Adone prende spunto la partitura fisica dello spettacolo.
Adone ricorda il giovane dei Sonetti - il che implica, naturalmente, che Venere ricordi Shakespeare. Shakespeare scrive su commissione, durante la peste del 1593, per il suo giovanissimo patrono, l’efebico diciannovenne Henry Wriothesley conte di Southampton, di cui è stato ritrovato, un paio di anni fa, un ritratto in abiti femminili. Qui si spalancano altre porte, e il gioco delle identità ci fa entrare in una sorta di labirinto di specchi, una progressiva promiscuità delle identità, in cui la dea/macchina/attore sarà anche Narratore e voce di Adone, e al fondo dell’artificio potrà svelare e denudare la propria umanità. Al di là del gioco degli specchi e del travestimento, il poemetto è un vertiginoso punto di partenza per una ricerca sulle variazioni, le declinazioni e le auto-contraddizioni del tema “amore”.
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Mercoledì 3 dicembre 2008
IL GIORNO DELLA TARTARUGA
di Garinei e Giovannini
con Chiara Noschese e Christian Ginepro
COMPAGNIA DELLA RANCIA e ATI IL SISTINA |
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---------- > SCHEDA DI APPROFONDIMENTO < ---------- |
“Il giorno della Tartaruga” è la commedia musicale targata G&G che la Compagnia della Rancia e il Sistina hanno deciso di mettere in scena come omaggio agli autori e registi che hanno creato la commedia musicale italiana e l’hanno esportata nel mondo: Sandro Giovannini e Pietro Garinei.
“Il giorno della Tartaruga” debuttò nel 1964 e fu portato al successo da Renato Rascel e Delia Scala. Dopo l’apprezzamento del pubblico e della critica ottenuto nella scorsa stagione, Saverio Marconi firma questo omaggio anche nella stagione 2008-2009, affidando i ruoli principali a due attori di talento: Chiara Noschese, una delle più importanti interpreti del musical e della commedia musicale italiana che, dopo essere stata protagonista di diversi musical della Rancia e dopo i successi di “Alleluja Brava Gente” e “Aggiungi un posto a tavola”, torna ad interpretare uno spettacolo di Garinei e Giovannini; Christian Ginepro che, dopo essere stato nel cast di diversi musical della Rancia, ha raccolto un personalissimo e caloroso successo interpretando il Maestro delle Cerimonie in “Cabaret” e il fotografo in “Vacanze Romane”.
Sullo sfondo dell’Italia degli anni del boom, in oltre due ore piene di ritmo, atmosfere romantiche ma soprattutto divertenti, i due protagonisti interpretano Lorenzo e Maria, un marito e una moglie che, dalla prima all’ultima scena, si punzecchiano con ironia. In una sequenza di gag esilaranti, offrendo una grande prova di recitazione, essi si caleranno nei panni anche degli altri personaggi che accompagnano la giovane coppia in una storia semplice, quotidiana, nella quale anche oggi è quasi impossibile non immedesimarsi; a completare il cast, accanto a loro, 8 performers danno vita ai ricordi della coppia creando atmosfere romantiche, divertenti e, a tratti, nostalgiche.
Oltre a Lorenzo e Maria c’è un altro “protagonista”: la tartaruga che dà il titolo allo spettacolo e a cui sono dedicate l’apertura e la chiusura, un animaletto domestico al quale confidare i propri crucci e del quale prendersi cura, o quasi un alter ego di Lorenzo. In fondo la tartaruga simboleggia un modello di vita coniugale: i due protagonisti, proprio come lei, restano chiusi all’interno del guscio della propria casa. La moda dell’antiquariato da sacrestia, le battute sempreverdi sulla politica e la parola “congiuntura”, allora attualissima e onnipresente, la suocera che sempre incombe, la piccola “dolce vita” pre-coniugale che torna alla ribalta, il flirt in utilitaria, il desiderio del bebè, fanno de “Il giorno della Tartaruga” uno spettacolo divertente che conquisterà ancora una volta il pubblico italiano.
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- ALTRI PERCORSI -
Domenica 21 dicembre2008
NOVECENTO
di Alessandro Baricco
con Eugenio Allegri
SOCIETA’ COOPERATIVA ARTQUARIUM |
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Il debutto al festival “Asti Teatro 16” nel giugno del 1994, sette anni di tournée dal 1995 al 2002, trecentoquindici repliche in Italia e in Europa e circa centoventimila spettatori hanno decretato il successo di un monologo divenuto un “cult” della scena italiana: il suo titolo era “Novecento” opera di Alessandro Baricco, il quale, nella prefazione del libro pubblicato pochi mesi dopo il debutto teatrale, dichiarava di averlo scritto “…per un attore, Eugenio Allegri e un regista, Gabriele Vacis”.
Nel frattempo il libro, tradotto e venduto in tutto il mondo, si avviava al traguardo del milione di copie (che ormai sta per essere raggiunto) e qualche anno fa Giuseppe Tornatore ne traeva la versione cinematografica realizzando “La leggenda del pianista sull’oceano”.
Oggi, Eugenio Allegri riparte dal monologo di Baricco per presentare la “Lettura di Novecento” che non è solo quella del libro, bensì dello stesso spettacolo, visto che la colonna sonora sarà la medesima di allora e che accanto al leggio, su uno schermo scorreranno a tratti alcune immagini del film, ma soprattutto, dei momenti salienti della performance dell’attore che, con quel suo lavoro fatto di andamenti musicali della parola, di gesti surreali e di evocazioni magnetiche venne “scoperto” dalla critica e dal grande pubblico.
Dunque una proposta per ritrovare in parte quel pubblico e per avvicinare i tanti giovani che in questi anni “Novecento” lo hanno letto, amato, regalato. |
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Mercoledì 14 gennaio 2009
XANAX
di Angelo Longoni
con Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey
regia di Angelo Longoni
LUX T |
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Quando la nuova drammaturgia viene sostenuta da attori bravi e dalle grandi capacità, da una regia lucida e curiosa e da una messa in scena raffinata, il prodotto finale è il senso preciso di un progetto intorno ad un testo. Nel caso di “Xanax” di Angelo Longoniil prodotto finale è uno spettacolo piacevole, intrigante,divertente e tragico come lo è la vita di tutti i giorni. Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey appartengono a quei pochi attori italiani completi. Il loro talento e la loro verve coinvolgono il pubblico in un piece dalle tinte infinite. La loro umanità commuove e avvolge.
Lo spettacolo, presentato in prima nazionale nel 2001 al Festival di Todi, sta attraversando da anni i teatri più importanti d’Italia raccogliendo grandi favori di pubblico e di critica.
Un uomo e una donna in una situazione esasperata, claustrofobia, estrema.
Due persone quasi sconosciute che sono costretteimprovvisamente a condividere gli elementi più intimi del proprio corpo e della propria anima.
Un venerdì sera Laura e Daniele si attardano un po’ più del solito in ufficio ;ognuno di loro lavora ad un piano diverso di un grande edificio e verso le nove di sera le loro vite si incontrano in uno degli ascensori che li deve condurre verso l’esterno e verso un normalissimo fine settimana in famiglia.
L’ascensore però si blocca.
I due provano a premere il tasto di allarme, chiamano aiuto, ma ormai nessuno li può sentire almeno fino a lunedì mattina quando, poco dopo l’alba, gli inservienti della ditta di pulizie che si occupa dell’interno dello stabile arriveranno per sistemare e pulire gli uffici.
Quarantotto ore possono diventare un’eternità quando si sta chiusi in quattro metri quadrati, senza ricambio d’aria, senz’acqua, senza cibo, quando la paura è incontrollabile e ci si sente estranei, ma si è costretti a condividere l’intimità con un estraneo perfino per tutti i bisogni corporali.
L’estrema difficoltà, l’isolamento, la paura, la perdita del controllo fanno agire i due protagonisti in un modo sconosciuto a loro stessi e che li spinge a rivelare di sé più di quanto non abbiano mai fatto in passato anche con le persone più care. |
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Martedì 27 gennaio 2009
40 MA NON LI DIMOSTRA
di Peppino e Titina De Filippo
con Luigi De Filippo, Ivana D’Alisa, Massimo Pagano, Antonio Buonanno, Ingrid Sansone
Regia di Luigi De Filippo
PRODUZIONE I DUE DELLA CITTA’ DEL SOLE SRL |
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---------- > SCHEDA DI APPROFONDIMENTO < ---------- |
Non è la vicenda di una donna che, come si usa oggi, si è “rifatta” la faccia dal chirurgo plastico.
Questa divertente ed appassionata commedia andò in scena per la prima volta nel 1933 al Teatro Sannazaro di Napoli interpretata da Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Fu subito un grandissimo successo che contribuì in modo determinante all’affermazione del talento dei fratelli De Filippo sul piano nazionale.
Commedia divertente poiché tratta con garbata ironia dell’impegno del protagonista, don Pasquale, vedovo e padre di quattro figlie, a trovare un marito alla sue figliole ed in particolare alla più grande di esse, Sesella, ormai quarantenne. Commedia “appassionata” poiché è proprio il racconto della “passione” che Sesella ha verso le sorelle, l’amore rispettoso verso il padre, verso la casa, la famiglia, il ricordo della madre perduta, che esalta questo personaggio di “zitella”, angelo della casa, e ne fa la preferita del padre tanto ansioso di trovarle finalmente un marito.
È la storia di una donna importante. Importante per il bene che riesce a dare a chi le sta vicino, anche sacrificando se stessa.
Luigi De Filippo, ormai riconosciuto come il più autorevole rappresentante del Teatro napoletano di grande tradizione, dopo aver interpretato più volte e con grande successo negli anni passati questa commedia, la ripropone al pubblico d’oggi in questa nuova edizione, con il proposito di far conoscere una delle gemme più preziose del Teatro dei De Filippo.
Un Teatro sempre attuale, sempre coinvolgente perché racconta con umorismo, ironia e sofferta partecipazione la vita dell’uomo.
E Luigi De Filippo, con la sua comicità moderna ed intelligente, è il bravissimo e giusto interprete di questo gran Teatro. |
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Martedì 10 febbraio 2009
SILLABARI
da Goffredo Parise
di e con Paolo Poli
PRODUZIONE PRODUZIONI TEATRALI PAOLO POLI |
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I Sillabari di Goffredo Parise sono come piccoli poemi in prosa. Scritti alla metà del secolo scorso ci sorprendono oggi con la loro freschezza, per l'immediatezza quasi infantile del racconto, per la magia umile ed alta dei personaggi.
Vediamo bambini stupiti in un mondo ambiguo, vecchietti arrabbiati in una società allo sbaraglio, donne sole dal quieto bovarismo periferico e uomini ancora ingenui nella lotta per la sopravvivenza. Era l'Italia che cambiava velocemente nelle maglie di una lunga guerra e dava origine all'attuale bel paese.
Lo spettacolo disegna alla brava figure e figurine dei vari racconti articolati fra gli anni 40 e 60, cui fanno eco le canzonette con la loro modesta letteratura quasi sciatta, ma assai pertinente alla realtà storica.
Ancora una volta le varie ambientazioni sono di Emanuele Luzzati, galvanizzanti la grande pittura del novecento, i costumi sorprendenti di Santuzza Calì, le musiche allusive di Jacqueline Perrotin, le coreografie divertenti di Alfonso De Filippis e dappertutto la presenza del quasi centenario Paolo Poli dall'irrimediabile infantilismo congenito. |
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Mercoledì 22 aprile 2009
LEZIONI AMERICANE
da Italo Calvino
con Giorgio Albertazzi |
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Le Lezioni americane sono cinque confereze scritte nel 1985 da Italo Calvino per le« Charles Eliot Norton Poetry Lectures » della Harvard University. L’invito era un vero evento per la nostra cultura, Calvino sarebbe stato il primo italiano a tenere quelle conferenze, preceduto negli anni dalle più grandi personalità della letteratura mondiale: T.S.Eliot, Stravinsky, Borges, Northrop Frye, Octavio Paz . Sfortunatamente, lo scrittore morirà qualche mese prima della partenza per l’America, e le Lezioni resteranno allo stato di manoscritto, in mezzo a tutte le carte, gli appunti e gli scritti inediti.
Alcuni anni dopo, sua moglie, Ester Calvino, le fece pubblicare sotto il titolo di Lezioni americane – Six memos for the next millenium (Sei proposte per il prossimo millennio).
In realtà le lezioni sono cinque, ma Calvino doveva scrivere in America la sesta, della quale conosciamo solo il titolo: Consistenza.
“Vorrei dedicare le mie conferenze a certi valori, a certe qualità, o certe specificità della letteratura che mi sono particolarmente care, cercando di inserirle nella prospettiva del prossimo millennio.” , dichiarava Calvino nella sua introduzione alle conferenze sulla Leggerezza, la Rapidità, L’Esattezza, la Visibilità, la Molteplicità; cinque valori da approfondire da un punto di vista letterario certo, ma anche come elementi del nostro vivere quotidiano.
All’alba del nuovo millennio queste conferenze, con un enorme ed imprevisto successo, presero una forma teatrale grazie all’interpretazione di uno dei più grandi attori italiani, Giorgio Albertazzi, e alla mia regia. Nota divertente e “calviniana” di quella edizione(oltre al grande successo a Parigi al Théâtre du Rond-Point per la stagione del Théâtre des Italiens, diretta da Maurizio Scaparro) fu la perplessità di un critico di un giornale del Sud che disse che dietro allo pseudonimo di Orlando Forioso si nascondeva lo stesso Albertazzi.
Oggi lo spettacolo ritorna sui palcoscenici per una galoppata epica nella letteratura, e Giorgio Albertazzi è il Conferenziere che attraverso le parole di Calvino guida gli spettatori in questo viaggio vertiginoso, alla ricerca della Leggerezza.
« La più riuscita è probabilmente la prima conferenza, scritta con una leggerezza conquistata grazie ad uno stile contraddittorio, ed un’esplorazione continua dei contrari », ha dichiarato il suo amico-scrittore Pietro Citati, che lo ha seguito nelle sue ultime giornate.
Il nostro spettacolo si concentra su questa prima conferenza, nella quale si incrociano e si fondono poesia e teatro, Calvino ed Albertazzi.
Dante, Cavalcanti, Shakespeare, Lucrezio, Ovidio, Borges, Kafka, Cirano, Leopardi, sono stati da sempre gli autori con i quali ha convissuto Giorgio Albertazzi, e ci è parso naturale accostare alla conferenza calviniana il percorso parallelo di un artista innamorato della poesia e della scrittura. Un percorso che viene da lontano, e spesso con Albertazzi abbiamo evocato la preistoria della televisione italiana quando, in “Appuntamento con la novella”, le sue mani aprivano e chiudevano il Libro.
Oggi il libro/i libri di Calvino diventano teatro, in un labirinto di richiami, in un continuo dialogo tra letteratura, teatro, video e musica, facendo della stanza del Conferenziere l’antro dove si viviseziona la scrittura e dove se ne cercano i segreti; dove la Leggerezza è per lo scrittore l’oggetto irraggiungibile di una ricerca senza fine, data “l’insostenibile pesantezza dell’essere”.
Una giovane allieva cerca di comprendere il senso di questa ricerca, e il suo occhio-telecamera insegue il Conferenziere, filmandolo insieme ai suoi appunti, agli schizzi, ai disegni, ai quadri, ai libri, agli oggetti, e proiettando frammenti di filmati della memoria teatrale di un Albertazzi cantore delle epiche gesta del pensiero, che si fa scrittura. Nulla più sulla scena, già piena di riflessioni e concetti “non di un vecchio” come diceva Alberto Moravia “ ma di un giovane che vede la letteratura come una donna amata, bellissima, ritrosa e lontana, e la vuole conquistare”. |
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Lunedì 23 febbraio 2009
ALBUM D’APRILE
di e con Marco Paolini
PRODUZIONE JOLE FILM |
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ALBUM D’APRILE è il riallestimento dello spettacolo teatrale APRILE ’74 E 5 del 1995. La versione proposta con le musiche eseguite dal vivo da Lorenzo Monguzzi (dei Mercanti di Liquore) è stata presentata in occasione della diretta televisiva trasmessa da LA7 il 1febbraio 2008.
Lo spettacolo è un racconto di formazione articolato, che condensa in due ore le storie di ragazzi di provincia nel passaggio dalla giovinezza alla maturità. Si tratta di una biografia collettiva i cui protagonisti sono amici e compagni d’avventura e di scelte.
I ragazzi già descritti in altri ALBUM intitolati ADRIATICO, TIRI IN PORTA e LIBERI TUTTI sono cresciuti e sono arrivati all’esame di maturità. Questo è il quarto racconto degli ALBUM DI MARCO PAOLINI collegati, ma indipendenti l’uno dall’altro. La storia personale dei protagonisti intreccia la memoria collettiva dell’Italia segnata in quegli anni da ferite come la bomba di maggio in piazza della Loggia a Brescia.
“Questa storia è inventata, ma dentro ci sono molte “cose vere”, mescolate e combinate. C’è il Rugby che mi è stato insegnato con passione da chi lo gioca, perché io non ho mai giocato, solo ammirato da fuori. C’è la registrazione di Brescia, dell’attentato; ci sono i testi del Libro Verbali Assemblee del Circolo I maggio, tutti rigorosamente autentici; ci sono tante storie vere di sport, di bar, di piazza che mi sono state regalate da amici generosi che riescono a tener acceso in testa al circuito dalla memoria e mi sorprendono con i loro racconti.
Io che ho la memoria corta devo a loro la mia voglia di raccontare ancora.”
Marco Paolini |
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Martedì 3 marzo 2009
SIOR TODERO BRONTOLON
di Carlo Goldoni
con Giulio Bosetti, Marina Bonfigli, Nora Fuser,Sandra Franzo,Roberto Dilani, Francesco Migliaccio, Franco Santelli, Tommaso Amadio, Caterina Bajetta, Umberto Terroso.
Scene di Nicola Rubertelli, Costumi di Carla Ricotti, Musiche di Giancarlo Chiaramello
Regia di Giuseppe Emiliani
TEATRO FONDAMENTA NUOVE, VENEZIA
TEATRO CARCANO, MILANO
TEATRO STABILE DEL VENETO “CARLO GOLDONI”
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Spettacolo realizzato in occasione del tricentenario della nascita di Carlo Goldoni
Sior Todero brontolon ha debuttato in prima nazionale il 28 luglio 2007 al Teatro Goldoni di Venezia nell’ambito delle celebrazioni per i trecento anni dalla nascita di Carlo Goldoniriscuotendo un vivissimo successo di critica e di pubblico.
Da gennaio a maggio 2008 ha effettuato una tournée che ha toccato, tra le altre, le città di Mestre, Milano, Firenze, Roma, Padova, Venezia e verrà ripreso anche nella stagione 2008/2009.
La storia è nota: il vecchio Todero, insensibile e avaro, promette in sposa la nipote Zanetta a Nicoletto, figlio del proprio agente Desiderio, per evitare di disperdere la dote al di fuori delle mura domestiche. Tale progetto non è gradito alla nuora Marcolina, che invece predispone un matrimonio di prestigio, ma non può contare sull’alleanza del marito Pellegrin, uomo privo di qualità e di carattere. Con l’aiuto di un paio di colpi di scena, la vicenda ha la fine sperata, anche se, come spiega il regista, la vicenda rimane in realtà aperta e il lieto fine momentaneo: “la tirchieria, la diffidenza di Todero verso gli altri si proiettano più che mai sul futuro prossimo, e tutto lascia presagire che ben presto altri motivi di litigio sorgeranno a turbare la casa.”
Il carattere di Todero, dipinto dallo stesso Goldoni come “l’uomo che brontola sempre; cioè che trova a dire su tutto, che non è mai contento di niente, che tratta con asprezza, che parla con arroganza e si fa odiare da tutti” è uno dei più odiosi della produzione goldoniana; tuttavia, l’interpretazione che ne dà Giulio Bosetti si scosta da una recitazione di maniera privilegiando l’approfondimento dei lati universali del personaggio, che ce lo fanno sentire, a trecento anni di distanza, ancora fratello.
--- Il giudizio della critica ---
Punto di forza della bella edizione, con la regia di Giuseppe Emiliani, di Sior Todero brontolon, è l’interpretazione che Giulio Bosetti dà dell’avaro, dispotico protagonista. Il volto bianco, incollerito, Bosetti disegna con maestria un vecchio misantropo torvo, dai toni aspri come quelli di un Hamm beckettiano per il quale le parole di speranza, di desiderio hanno perso ogni significato e non resta che giocare fino in fondo la propria partita. Ottima la compagnia.
Corriere della Sera
Merito di questo allestimento superbamente interpretato da Giulio Bosetti è il non aver ceduto alla “vis comica” del personaggio e di averlo reso non “macchietta” ma in tutta la sua cruda disumanità: non solo “brontolon” ma fastidioso, avaro, egocentrico, scorbutico, villano, odioso … Ne esce, grazie anche, ripetiamolo, all’ottima prova offerta da Bosetti, un sior Todero antipatico, ostico. Operazione preziosa, questo allestimento che si avvale di un ottimo cast.Il Giorno
Emiliani offre una lettura impeccabile del bellissimo lavoro, valorizza la trama e non manca di mettere in luce i significati reconditi. Nel corso dello spettacolo dal ritmo sicuro e in un perfetto dosaggio di effetti corre forse più sarcasmo che humour, quel sarcasmo che soprattutto fa suo Bosetti capace di restituirci un Sior Todero da manuale. Livido e cupo. Disegnandolo con una incisività straordinaria, mai andando sopra le righe. E bravissima, come lo è Marina Bonfigli nel ruolo di Fortunata, è Nadia Fuser nel tratteggiare Marcolina.
Avvenire
È un personaggio davvero odioso Sior Todero Brontolon, tanto che persino l’autore, il bonario Goldoni, sembra non provare per questa sua creatura alcuna simpatia. Partendo da questa acuta notazione Giuseppe Emiliani rispolvera il testo insieme a Giulio Bosetti per trarne uno spettacolo mirabile nel ristabilire pesi e misure della commedia.
Il Sole 24 Ore
Ancora una volta a vincere è la forte personalità delle donne goldoniane, segno dello spirito moderno d’una commedia della quale il regista Giuseppe Emiliani ci ha dato una splendido edizione, rivelando anche i valori sociali di quella che non è solo una piccola storia di famiglia. E con un’ammirabile interpretazione di Giulio Bosetti che del vecchio burbero – come imprigionato, grazie alla scenografia di Nicola Rubertelli, in una tormentata ottusità – compone un ritratto di sorprendente verità.
Famiglia Cristiana
E’ stata l’edizione più felice mai rappresentata del testo, allestito con grande abilità da Giuseppe Emiliani, ed interpretato da un gruppo di attori che non hanno sbagliato una battuta capeggiati da un Sior Todero reso in maniera superlativa da Giulio Bosetti.
E’ stato uno spettacolo che sarebbe augurabile venisse dopo Venezia interpretato in tutti gli altri teatri della regione, perché interpretato coralmente da un gruppo d’interpreti che non hanno sbagliato un gesto, da Marina Bonfigli a Nora Fuser a Sandra Franzo ad Alberto Mancioppi a Francesco Migliaccio a Franco Santelli a Tommaso Amadio a Federica Castellini ad Umberto Terruso. Insomma è stata una serata memorabile, accolta al termine da un coro di evviva.
Il Gazzettino di Venezia |
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- ALTRI PERCORSI -
Sabato 7 marzo 2009
SYMPHONIE D’OBJETS ABANDONNEE
ASSOLI PEPPINO SARINA
Sinfonia d’oggetti abbandonati
MAX VANDERVORST – Belgio |
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Max è un musicista folle. Non si accontenta di suonare strumenti normali, il suo universo musicale è una elaborazione personale di tutto ciò che può far musica.
Max trasforma oggetti e cose in suoni, musica e movimento. Crea un accattivante e surreale mondo di folli performances musicali dove la stranezza e l’eccezionale diventano musica e poesia.
Lo spettacolo è un viaggio nella fantasia, nell’inventiva, nell’emozione di ciò che non si conosce. La sua orchestra è popolata di oggetti comuni abbandonati, che grazie alla sua incontrollabile mente, diventano orchestra, sinfonia, concerto di suoni.
Con la destrezza di un giocatore, la delicatezza di un biscotto, e l’imprevedibile follia di un flipper, Max ci conduce per un’ora ad esplorare il mondo del rumore riciclato. |
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Venerdì 13 marzo 2009
L’ISTRUTTORIA
di Claudio Fava
con Donatella Finocchiaro e Claudio Gioè
musiche composte ed eseguite dal vivo dai DOUNIA
regia di Ninni Bruschetta
PRODUZIONE NUTRIMENTI TERRESTRI |
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La storia degli atti del processo in morte di Giuseppe Fava, atti ricostruiti e drammatizzati in forma teatrale, conservando sempre estrema fedeltà alla verità delle cose che in quel dibattimento furono dette. E di quelle che furono taciute. Ma questo processo, vecchio archetipo del teatro-verità, è anche un pretesto per raccontare un tempo e un luogo. Il tempo è quello dell'omicidio di Pippo Fava, assassinato dalla mafia davanti all'ingresso del Teatro Stabile di Catania il 5 gennaio 1984.
Il luogo è la sua città che, nel racconto teatrale, diventa - di volta in volta - il luogo della ribellione e quello della rimozione. Una città capace di celebrare i propri morti, rispecchiarsi nella loro battaglia e di divorarne al tempo stesso la memoria. Così fu anche per Giuseppe Fava. Duecentotrentaquattro udienze, duecentosessanta testi ascoltati, seimila pagine di verbali. Di quel processo, poco conosciuto, oggi resta in apparenza solo una sentenza di condanna, ormai definitiva.
Eppure, dietro i riti della giustizia, c'è sempre altro.
Come la celebre Istruttoria di Peter Weiss non è solo il canto d'orrore e di dolore per l'inferno dei lager nazisti, anche questa istruttoria racconta la morte di un giornalista per narrare tutta la ferocia della mafia, l'oltraggio irrisolto della sua violenza, la viltà dei complici.
E soprattutto la rabbia dei sopravvissuti. |
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- ALTRI PERCORSI -
Martedì 24 marzo 2009
SYNAGOCITY
di Aram Kian eGabriele Vacis
con Aram Kian e Francesca Porrini
Regia di Gabriele Vacis
PRODUZIONE TEATRO REGIONALE ALESSANDRINO |
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SynagoSytyè la storia dei nuovi italiani. Quelli che hanno genitori stranieri.
Il padre di Aram, il protagonista di SynagoSyty, è iraniano.
SynagoSyty è la periferia di una grande città del nord in cui il padre di Aram è stato catapultato e in cui Aram è nato. Lo spettacolo racconta l’infanzia e la giovinezza dei nuovi italiani, sempre in bilico tra incanto, ironia e tragedia.
Questo nuovo lavoro teatrale con la regia di Gabriele Vacis, ha le sue radici nel teatro di narrazionedi Teatro Settimo movendosi peròin unadimensione che, pur mantenendone l’epica, ne sviluppa gli aspetticorali. Saranno due attori ad alternarsi nella scena e nella narrazione, con l’obiettivo di ritrovare il Teatro nella sua funzione di narratore del presente.
“Io sono uno di quelli che si riempiono lo zainetto di esplosivo e fanno saltare la metropolitana di Londra…
Se uno alto, biondo venisse qui a dirti: ho lo zainetto pieno di bombe… tu ti metteresti a ridere, no?… Ma se te lo dico io?
Un brivido ti viene, no?
Solo perché sono basso e nero.
Che poi non sono neanche tanto nero…al limite un po’ olivastro… Che adesso è anche peggio. Almeno… fossi senegalese!
Bianco… Bianco… Bianco… Bianca: mia madre è bianca… Sempre stata… Mio padre è nero… Olivastro! Non è nero: è iraniano! Gli iraniani non sono neri! E non parlano arabo! Non lo capiscono nemmeno l’arabo, maestra del cavolo! Non chiedermi se parlo arabo… Al limite iraniano, o farsi…Ma no! Non parlo iraniano e non parlo farsi! Parlo italiano, signora Maestra e se lei mi chiama ancora una volta Gheddafi io lo dico a mio padre!… Vi ricordate la foto di Saddam Hussein quando è stato arrestato?… Con la barba? Mio padre uguale. E poi Gheddafi è Libia… Mio padre è Iran… Non c’entra niente!… Mio padre è Manoutcher Kan… Nobile… Come Gengis Kan, Manoutcher Kan – Gengis Kan… Mio nonno era ricco sfondato, non stava mica a coltivare cotone come voi qui a Sinago Milanese… Mio nonno era impresario edile… Donne, gioco, bella vita, ristoranti, limousine, yacht, crociere, palazzi,sesso, droga, rock and roll…
Sperperato tutto… Eh bè… ha ricominciato da capo. Ha cambiato moglie, là si usa! e in tre anni si è rifatto una fortuna… Grazie al patrimonio della nuova moglie… Là si usa… ricchissimo… terreni su cui hanno costruito mezza città… Mashhad! Mashhad è la seconda città dell’Iran, dopo Teheran… E a Mashhad mio padre possiede terreni che gli ha lasciato mio nonno… Anche se mio padre non ha mai visto un soldo… mentre gli ziastri, bastardi, vivono a Pasadina e hanno una catena di supermercati… Mashhad… Mashhad io l’ho vista solo su Google Earth… Non dev’essere male…no io no, non sono mai stato in Iran, no… Voglio andarci però… voglio andare in Iran con mio padre per riprenderci i nostri terreni… e i nostri soldi… Ma fino a 40 anni è pericoloso, perché ti fanno fare il militare: io non sono mai stato in Iran, ma se ci vado mi fanno fare il militare! Capito signora maestra: non c’entro con Gheddafi! E “Il Padre nostro”non lo so perché mio padre è comunista! Sì! Non musulmano, capito, maestra? Mio padre è iraniano, ateo e comunista.
Vergogna!
Sì, signora maestra, sì, “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra…”. |
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Martedì 7 aprile 2009
NIENTE SESSO SIAMO INGLESI
di Anthony Marriot e Alistair Foot - adattamento di Gianfelice Imparato
con Erika Blanc, Gianfelice Imparato, Valerio Santoro, Loredana Giordano
regia di Renato M. Giordano
LA PIRANDELLIANA |
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Portato in scena ininterrottamente nel West End dal 1971 al 1987 con il record di 6761 rappresentazioni consecutive, Niente Sesso, siamo inglesi è tra i più duraturi successi nella storia del moderno teatro inglese. E nel 1973 Cliff Owen ne diresse anche una divertente trasposizione cinematografica.
In Italia la commedia scritta da Marriott e Foot fu portata in scena, per tre stagioni consecutive, nella fortunata edizione di Garinei & Giovannini. Una commedia spumeggiante e scanzonata, che intende scardinare la facciata di perbenismo e apparenze che caratterizzava la società britannica del tempo. Uno stimato direttore di banca riceve un pacco pieno di fotografie pornografiche. Il caso innesca un’esilarante serie di fraintendimenti, equivoci ed errori che coinvolge, a partire dalla famiglia del protagonista, l’intera piccola comunità urbana. Il meccanismo è piuttosto semplice, quasi elementare: uno sbaglio che mette in moto un’inarrestabile catena di scatole cinesi che si aprono e si chiudono a discapito degli inconsapevoli protagonisti. Ne esce un ritratto impietoso di una società più attenta alla forma che ai contenuti, più preoccupata della reputazione che della sostanza. Ma ne esce al contempo un mondo fatto di silenzi e segreti, fatto di verità non dette e taciute, che rischierebbero di mettere in crisi tutto l’ordine costituito. Niente sesso, siamo inglesi è una macchina comica perfetta, un meccanismo ad orologeria preciso costruito su serrati scambi di battute, campanelli che suonano in continuazione, porte che si aprono e si chiudono, personaggi che si trovano e si perdono.
Non sono previsti tempi morti, così insegna il vaudeville: un errore nel sistema rischia di mettere in crisi l’unità di un testo piuttosto semplice che si regge unicamente su questa continua ricerca di comicità.
L’adattamento straordinario di Gianfelice Imparato rende il tutto attuale e perfettamente in linea con i nostri tempi. Una comicità semplice e adatta a tutti senza volgarità e doppi sensi, una messa in scena sobria ma efficace per uno spettacolo comico intramontabile. |
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Tutti gli spettacoli hanno inizio alle ore 21.00
Il programma potrebbe subire variazioni |
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